Oggi, 3 marzo, si celebra la Giornata mondiale dell’udito, che coinvolge oltre 100 paesi in tutto il mondo, per richiamare l’attenzione dei governi sull’importanza dell’udito.
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E’ considerato sordo colui che ha una minorazione dell’apparato uditivo, congenita o acquisita durante l’età evolutiva (cioè nei primi dodici anni di vita), che ha impedito il normale apprendimento del linguaggio parlato, purché la sordità non sia di natura esclusivamente psichica o dipendente da causa di guerra, di lavoro o di servizio.
Se la perdita uditiva è al di sotto di determinati limiti stabiliti dalla legge la domanda di riconoscimento viene esaminata secondo i criteri dell’invalidità civile.
La pensione ai sordi è un sostegno economico, non reversibile, che spetta fino al compimento dei 65 anni alla persona diagnostica sorda.
Al superamento del 65° anno di età, la pensione ai sordi viene trasformata automaticamente in assegno sociale.
I requisiti necessari per ottenere la pensione ai sordi sono:
- il riconoscimento della condizione di sordo;
- un’età compresa fra i 18 e i 65 anni di età;
- la cittadinanza italiana e la residenza in Italia. Ne hanno diritto anche i cittadini dell’Unione europea e loro familiari residenti in Italia che hanno svolto un lavoro dipendente o autonomo in uno degli stati dell’Unione. Possono fruire della prestazione anche i cittadini extracomunitari che hanno ottenuto il permesso di soggiorno;
- un reddito annuo personale non superiore a quanto stabilito annualmente dalla normativa.
Il messaggio lanciato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per l’edizione 2023 della Giornata è “Ear and Hearing care for all! Let’s make it a reality” (Un udito sano per tutti! Facciamo in modo che diventi realtà).
L’obiettivo principale che quest’anno l’OMS cercherà di raggiungere è quello di evidenziare l’importanza di integrare la cura dell’udito nell’ambito delle cure primarie, come componente essenziale della copertura sanitaria universale. Punto di partenza i numeri allarmanti relativi all’incidenza dei disturbi uditivi, in costante e preoccupante aumento. Eppure, l’OMS riferisce che oltre il 60% dei casi potrebbe essere identificato e affrontato a livello di cure primarie, pertanto auspica che, nel mondo, le cure specialistiche per l’udito siano integrate nei servizi sanitari nazionali. Tale condizione andrebbe a beneficio delle persone e aiuterebbe i Paesi a conseguire l’obiettivo più ambizioso della copertura sanitaria universale.
Oggi l’OMS lancia il documento Primary ear and hearing care training manual diretto agli operatori sanitari ma consultabile da tutti i cittadini.
I dati dell’OMS
Secondo gli esperti circa il 5% della popolazione mondiale convive con una perdita uditiva e le stime dell’OMS prevedono che, entro il 2050, circa una persona su quattro sperimenterà una forma di diminuzione dell’udito. Negli ultimi anni l’allarme maggiore riguarda la sempre crescente esposizione al rumore, soprattutto negli ambienti ricreativi. Ciò ha portato l’OMS a prevedere che, a causa di abitudini di ascolto non sicure, oltre un miliardo di giovani nel mondo potrebbe essere a rischio di perdita dell’udito.
L’ipoacusia in Italia
In Italia sono circa 7 milioni le persone con problemi di udito, corrispondenti al 12,1% della popolazione (fonte: Censis).
Un deficit uditivo, se non identificato e corretto, può rendersi responsabile di importanti conseguenze e influenzare negativamente lo sviluppo del linguaggio e il benessere psicofisico, fin dalle prime fasi della vita.
L’OMS considera, infatti, la prevenzione secondaria della sordità, effettuata attraverso l’introduzione di programmi di screening neonatali, la chiave per ridurre drasticamente gli effetti invalidanti delle patologie neurosensoriali congenite più frequenti alla nascita.
Attualmente, nei Paesi industrializzati, il deficit uditivo permanente si riscontra in circa 1-2 neonati su 1000 sottoposti a test di screening alla nascita. Il numero dei difetti uditivi permanenti aumenta con l’età con una prevalenza di 2-3 su mille a 5 anni e 3-4 su mille in adolescenza.
Evidenze scientifiche recenti hanno messo in luce che oltre il 95% di neonati ha ricevuto nel 2017 in Italia uno screening dell’udito, di solito prima della dimissione dal Punto nascita. Nel nostro paese l’art. 38 del DPCM 12 gennaio 2017 di definizione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) garantisce lo screening uditivo neonatale a tutti i neonati (fonte: Rapporto ISTISAN 22/17 Screening neonatale uditivo e visivo: raccomandazioni).
Infine si rileva una significativa differenziazione tra le classi di età e un notevole incremento con l’invecchiamento (da percentuali che non superano il 10% della classe di età 13- 45 anni al 25% di chi ha dai 61 agli 80 anni, fino al 50% tra gli over 80 (fonte: Censis).
In generale si evidenzia l’importanza dell’età nel determinare la limitazione uditiva; è quindi auspicabile rivolgersi al proprio medico di fiducia per i necessari controlli periodici.
FONTE: Ministero della salute

